pillole di storia e perle di bellezza made in gubbio – parte seconda

Gubbio è una delle più suggestive e peculiari cittadine dell’Umbria e dell’Italia per il suo inconfondibile ed inalterato aspetto medievale, per i suoi pregevoli monumenti, per le innumerevoli testimonianze storiche ed artistiche, per le sue tradizionali ed antiche attività artigianali e per la rinomata Festa dei Ceri, la cui fama ha raggiunto ogni angolo del mondo.

È difficile sfuggire al fascino della Gubbio medievale, perché

“la grandiosa, quasi temeraria audacia di questa architettura produce un effetto assolutamente sbalorditivo e ha qualcosa di inverosimile e conturbante. Si crede di sognare o di trovarsi di fronte a uno scenario teatrale e bisogna continuamente persuadersi che invece è tutto lì, fermo e fissato nella pietra” (H. Hesse).

…ma addentriamoci nei vicoli e tra i quartieri della città vecchia. Come vi ho già detto, non ho mai sopportato quei turisti che arrivavano a Gubbio senza nemmeno sapere dove andare o cosa vedere. Quindi ho cercato di raccogliere alcuni dei luoghi più caratteristici, divisi per quartieri, in modo da far cogliere al meglio l’essenza dell’animo medievale del centro storico.

La città, dal punto di vista architettonico, racconta il suo passato, lo scrive nelle pietre e nelle mura, nell’alzato dei palazzi, delle torri, nel serrato reticolato delle vie e dei percorsi minori, nei collegamenti ripidi e nella sequenza di terrazzamenti che seguono il naturale andamento del suolo.


QUARTIERE DI SAN GIULIANO

Il quartiere di San Giuliano corrisponde all’insediamento che in età altomedievale faceva capo alla chiesa e canonica di San Mariano. Esso sorgeva in prossimità del Camignano, era circondato da una cinta muraria (diversa da quella umbra di età pre-romana), era delimitato dal torrente e dalla Via “del Mezzo”-Via di Giove Appennino (attuale Via Repubblica) ed era dotato di un hospitale e di un casalinum, edifici che erano verosimilmente a diretto contatto con la chiesa e la canonica di San Mariano. I collegamenti verso le aree pianeggianti poste a valle del Camignano erano assicurati dal Ponte Marmoreo (di origine forse umbro-romana) e da una porta detta appunto “di Ponte Marmoreo”. La topografia del nucleo altomedievale era completata, verso valle, dalla chiesa di San Bernardino con relativo mulino e, a destra del Camignano, da un’area suburbana parzialmente occupata dalla basilica e dal sepolcreto di Porta degli Ortacci. Questa era l’area in cui pare essere sorto il primo nucleo medievale della città: in basso il limite era costituito dall’argine sinistro del Camignano; verso il monte, dalla via che dal carbonarium si dirigeva verso la Porta di San Giuliano e poi verso il ponte di San Martino (attuale Via Baldassini o Via dei Consoli); ad oriente, dalla strada che da Porta Romanelli discendeva verso Porta San Giovanni fino a raggiungere il fiume, identificabile nell’asse di Via Giove Appennino-Via del Mezzo. Il primitivo nucleo ecclesiastico-popolare prendeva il nome di vicus Platea dalla piazza antistante San Giovanni, che costituiva il principale luogo di riunione e di scambi della città altomedievale. Un’importante arteria (attuale Via Gioia – via Cantalmaggi) collegava il Vicus Platea al Vicus Griconie e alle aree ancora scarsamente urbanizzate che facevano capo all’abbazia di San Pietro. Ortogonalmente a tale direttrice esisteva un’importantissima arteria di origine pre-romana (l’antica Via del Mezzo–Via di Giove Appennino) che, seguendo la linea di massima pendenza, collegava direttamente l’area con i vici (Camerarum e Curiae) della città alta.

Al pari dell’attiguo San Martino, è questo il quartiere che meglio conserva la struttura urbanistica medievale. Numerose vie risultano ricche di edifici due-trecenteschi: Via Piccardi, con lo sfondo del Palazzo dei Consoli; Via Baldassini, fiancheggiata dagli “Arconi” di Piazza Grande; via dei Consoli, forse la più bella via medievale della città; Via Galeotti, ricoperta di archi e volte lungo tutto il suo percorso.

CHIESA DI SAN GIOVANNI

Già documentata nel 416, all’epoca del vescovo Decenzio, nella chiesa vennero custodite le spoglie dei martiri numidi Mariano e Giacomo. Qui sorgevano anche la canonica, il chiostro e il relativo ospedale di San Mariano, ove visse e operò lo stesso vescovo Ubaldo. In seguito all’incendio che colpì nel 1127 alcune zone della città bassa, la chiesa venne ricostruita. La facciata conserva memorie dell’architettura romanica nell’ampio portale con arco a tutto sesto, negli archetti pensili, nel timpano e nel grande oculo centrale. Le si affianca un alto e massiccio campanile. Nell’interno, l’impianto romanico è affiancato da elementi gotici: l’unica navata è conclusa da un’abside quadrata e sorretta da possenti arconi che costituiscono, insieme alle absidi poligonali rette da pilastri a costoloni, la caratteristica delle chiese gotiche eugubine, di cui rappresenta il prototipo.

CHIESA DI SAN GIULIANO

Nel XII secolo l’originaria cappella romanica, in Via dei Consoli, doveva trovarsi proprio nelle vicinanze di una porta urbica – detta per l’appunto di San Giuliano – e del tracciato delle prime mura medievali. Evidentemente l’antica porta urbica e le relative mura non costituivano più un limite compatibile con l’espandersi dell’abitato; segno che l’originaria cappelletta costituiva uno degli estremi limiti di un’area quasi completamente urbanizzata che si estendeva dal Camignano fino al lato inferiore della cinta umbra. Successivamente la cappelletta venne trasformata in chiesa. Il singolare orientamento architettonico che la caratterizza la rende uno dei rarissimi edifici sacri del centro storico posti con la facciata rivolta verso nord.

CATTEDRALE

La Cattedrale e la canonica di San Mariano risultano trasferite, probabilmente per motivi di carattere difensivo, nella parte alta della città già alla fine del XII secolo. Dopo la traslazione del corpo di Sant’Ubaldo avvenuta nel 1194, papa Clemente III autorizzò poi il trasferimento delle reliquie dei santi Mariano, Giacomo, Secondino ed Agabito, patroni della città, dalla vecchia alla nuova cattedrale, e ciò fa presupporre che sul finire del 1100 o nei primi anni del XIII secolo la cattedrale eugubina fosse già completata. La Cattedrale venne costruita sul luogo ove prima esisteva un piccolo edificio religioso romanico, la cui costruzione era stata patrocinata da Sant’Ubaldo dopo la metà del XII secolo. A questa primitiva chiesa appartengono i resti architettonici posti sulla destra della facciata, come pure i bassorilievi raffiguranti i Quattro Evangelisti e l’Agnello di Dio che adornano la facciata in prossimità del rosone. Nel XIII secolo, la facciata della Cattedrale divenne il punto focale e fronte scenico principale del nuovo nucleo politico e religioso. Essa, pur essendo impostata sullo stesso pianoro degli altri palazzi, si presentava, con il suo portale d’ingresso in posizione sopraelevata, raccordato da un’originale scalea semicircolare (sostituita nell’Ottocento con quella attuale). L’interno è caratterizzato da un’unica ampia navata, che si presenta particolarmente solenne e maestosa, grazie al succedersi di dieci grossi arconi ogivali, che sembrano guidare lo sguardo verso l’alto e verso il presbiterio. Senza transetto e con grandi archi diaframma che reggono gli spioventi, l’interno è stato riportato, nel primo Novecento, alla presunta forma originaria, perduta in seguito ai restauri del XVI e a successive trasformazioni. La canonica, che si erge dalla sottostante Via Federico da Montefeltro, fungeva anche da contenimento al pianoro su cui erano impostati lo spazio claustrale e i relativi ambienti capitolari che si aprono sul lato opposto su un più ampio spazio verde e su un’area cimiteriale. Un enorme declivio, sottolineato dalle due ripide vie d’accesso, fa capire che tutto il nucleo duecentesco si ergeva su uno sperone o avancorpo dominante la sottostante pianura, che dovette essere con gradualità terrazzata a vari livelli.

Nelle ex cantine della canonica di San Mariano si trova l’antica Botte dei Canonici, che costituisce un vero e proprio monumento dell’arte vinicola   eugubina. Fu costruita, a quanto sembra, nella seconda metà del XV secolo quando il Capitolo della Cattedrale divenne proprietario di San Pietro in Vigneto, zona del contado eugubino ricca di vigneti. Ha una capacità di 387 barili, pari a circa 20.000 litri. È lunga 4 metri e larga circa 3. Non ha cerchi e le doghe sono tenute insieme da legni sagomati puntellati alle pareti.

VIA DEI CONSOLI

La Via dei Consoli è una delle vie medievali più belle di Gubbio. È proprio lungo questa via che si trovano le ultime torri gentilizie costruite in città, a testimonianza del persistere di una notevole influenza della componente nobiliare nel regime politico duecentesco. La repentina interruzione della costruzione delle torri private fu sicuramente provocata da un preciso divieto e da una svolta politica, coincidente forse con i primi anni del XIII secolo. Fiancheggiata dalle abitazioni delle principali famiglie eugubine, la strada veniva a costituire “l’asse nobile” della nuova città. Nel secondo quarto del XIV secolo, verosimilmente in concomitanza o conseguenza dei lavori di costruzione del Palazzo dei Consoli e del Podestà, l’edificazione del centro monumentale della Gubbio trecentesca comportò infatti la realizzazione di un comodo accesso carrozzabile ai palazzi stessi. Si scelse di ammodernare la via abbattendo la porta civica di San Giuliano e risistemando il tratto viario posto tra essa e Piazza Grande. Venne allora livellato il piano di calpestio del tratto compreso tra la chiesa di San Giuliano e Piazza Grande, e ciò comportò l’abbassamento di molte delle facciate degli edifici posti ai lati del percorso. Antiche porte furono tamponate o trasformate in finestre,venendosi a trovare più in alto del nuovo piano di calpestio.

PALAZZO DEI CONSOLI, PALAZZO PRETORIO E PIAZZA GRANDE

Il Palazzo dei Consoli domina, possente, maestoso, elegante e solenne, la città, elevando la sua mole su Piazza Grande, ed offrendo anche a chi giunge da lontano un punto di riferimento nel panorama di Gubbio. Esso costituisce uno degli esempi più significativi di edificio civile: presso la sua sala maggiore era convocato il Consiglio Generale del Popolo, che deteneva il potere legislativo in città. Insieme al Palazzo Pretorio ed alla stessa piazza, venne commissionato dai magistrati di Gubbio nel 1321, in sostituzione dell’antica residenza comunale non più rispondente alle esigenze della Gubbio trecentesca. Per il nuovo complesso monumentale venne scelto un luogo centrale, in modo che le fabbriche risultassero tangenti a tutti i quartieri, raccordando così le varie zone della città. Il progetto era ardito poiché l’area su cui esso doveva sorgere era ristretta, scoscesa e irregolare; la soluzione architettonica fu però geniale. Infatti si prevedeva di collegare i due palazzi mediante una piazza pensile e di superare i dislivelli del terreno con possenti arconi che avrebbero sostenuto gli edifici e la piazza stessa. Incerta è l’attribuzione della sua realizzazione: alcuni fanno il nome di Angelo da Orvieto come è scritto sul portale d’ingresso, altri riferiscono a questo architetto solo la scalinata; altri ancora fanno il nome di Matteo di Giovanello detto il Gattapone, artista eugubino. Esternamente, il palazzo, di stile romanico con anticipazioni di gotico e con una certa impostazione spaziale che preannuncia la ricerca delle forme rinascimentali, presenta la forma di un parallelepipedo. La facciata che aggetta sulla piazza è aperta da un grande portale riccamente decorato posto al di sopra di una scalinata a ventaglio ampia ed armoniosa. Le superfici sono scandite da quattro semipilastri; nella parte alta si trovano una serie di finestre incorniciate e, ancora più in alto, al di sopra di una fila di archetti pensili, corre una pronunciata merlatura guelfa. Sulla sinistra della facciata, l’alta torre accoglie l’antica campana di 25 quintali, detta “il Campanone”, che scandisce i momenti della giornata e le principali manifestazioni della cittadina. Gli altri lati del palazzo ripetono le forme della facciata, tranne quello corto verso valle, sul quale è appoggiata un’ala molto stretta che termina in alto con un’ariosa loggia e ingloba, nella parte bassa, una rampa di comunicazione con Via Baldassini mai portata a termine. I lavori pertinenti al completamento del palazzo continuarono fin quasi la fine del XV secolo, prima con la definizione e decorazione degli spazi interni, poi con l’aggiunta degli elementi esterni. Il salone superiore del palazzo venne dotato di una fontana, la quale costituisce un esempio rarissimo all’interno del panorama architettonico delle città comunali italiane. Considerata l’usura del manufatto, è possibile che la fontana preesistesse al palazzo e si potrebbe ipotizzare che essa sia la fons arenghi che ornava l’antica platea comunis, opera che forse non a caso scompare sia dalle fonti documentarie sia dal sito originario. La presenza dell’acqua (e della fontana) all’interno del Palazzo dei Consoli potrebbe acquisire, dunque, anche una valenza simbolica: intesa come forza motrice, origine di tutte le attività produttive della comunità, ma anche come “fonte del potere”, un segno tangibile dell’avanzamento tecnologico della città, ma anche celebrazione del carattere evoluto delle istituzioni comunali. Il riutilizzo della fontana rappresenterebbe il definitivo trasferimento (reale e simbolico) dell’autorità di governo dall’antica platea alla nuova residenza consolare. Nel 1389 il palazzo venne completato con la torre e la mostra dell’orologio. Del 1491 è la delibera di costruzione della scala che avrebbe dovuto collegare la via “del Fosso” alla piazza pensile, attraverso la galleria inclinata del Palazzo dei Consoli, intesa come organica conclusione delle sostruzioni della piazza. L’opera rimase però incompiuta.

Il Palazzo Pretorio venne costruito nello stesso arco di tempo del Palazzo dei Consoli dall’architetto Gattapone, ma non venne mai portato a compimento, almeno nella parte esterna. Questa avrebbe dovuto essere simile al palazzo dei Consoli e costituire, pertanto, una costruzione gemella che avrebbe dato a tutto l’insieme un’impressione di maggior prestigio e  di più alta solennità. Terminato nel 1349, il palazzo faceva parte di un complesso, cui apparteneva anche un altro edificio già esistente, ma i cui lavori di ristrutturazione e collegamento col nuovo palazzo si protrassero fino all’inizio del XV secolo. Il complesso era, dunque, costituito da due edifici, reciprocamente ortogonali, raccordati da un ponte e da un balcone, da cui, scendendo da una scala esterna si accedeva direttamente al piano della piazza. L’attuale facciata ottocentesca ne occulta però l’originaria articolazione.

La platea magna, terminata alla fine del XV secolo, è sostenuta da quattro “arconi” divisi da robusti setti murari. Queste sottocostruzioni vennero realizzate intorno al 1483, mentre la parte orientale, databile al XIV secolo, è invece divisa in quattro sezioni, con facciate del tutto analoghe a quelle di una normale abitazione medievale.

PALAZZO DUCALE

Nell’area a monte dell’attuale Palazzo Ducale, dove in età altomedievale si trovava la sede dell’amministrazione longobarda, sorse, nel XII-XIII secolo,  un nuovo nucleo di governo della città, costituito da una piazza, la platea communis, la residenza comunale, una torre e un sottopasso. La platea communis era definita, già nel 1203, dalla compresenza dei principali edifici pubblici, civili e religiosi. Il lato nord-orientale era occupato dalla torre e dal palatium; quello orientale dalla Cattedrale, dalla canonica e dall’episcopio; verso monte, la piazza era delimitata da una cinta in cui si apriva la Porta di Sant’Agnese ed una posterula, dalle quali partivano due differenti strade dirette verso i pendii rispettivamente nord-orientali e nord-occidentali del monte; a meridione, infine, la piazza era originariamente delimitata da un muro di contenimento, che consentiva di visionare e controllare la totalità della città bassa e della valle. Nel corso del Duecento allo schema iniziale, vennero apportate alcune modifiche: lungo il lato rivolto a valle fu costruito il “palazzo della guardia” e, nella seconda metà del XIII secolo, in una posizione corrispondente forse al centro della platea, fu sistemata una fontana (identificabile probabilmente con la fons arenghi citata in vari documenti medievali). E’ ipotizzabile che la porta ed il locale di guardia vadano rapportati ad una precedente posterula e ad una strada che collegava direttamente la città al monte, conservazione di un antichissimo tracciato stradale di mezza costa che collegava la città ai rilievi nordorientali. La porta, dedicata a Sant’Agnese, era ubicata a poche decine di metri dal vertice superiore delle mura e, come l’antica Porta Trebulana, costituiva il principale accesso alla città dalle zone montane. La torre era un edificio a pianta rettangolare che, stando allo spessore delle murature, doveva raggiungere una notevole altezza. Era dotata di un’unica porta di ingresso, aperta sul lato rivolta verso il monte e posta ad un livello notevolmente superiore rispetto al piano stradale, certo per scopi difensivi. Accanto alla torre, sull’altro lato del vicolo sono visibili i resti del primo palazzo comunale eugubino. La pianta è quasi quadrata, con un pilastro centrale destinato a sorreggere tutto il carico delle volte che coprivano l’unica vasta sala. Il lato orientale della platea era occupato dalla nuova Cattedrale, realizzata tra la seconda metà del XII secolo e l’inizio del XIII. Realizzato il nuovo polo, fu la città nel suo complesso ad assumere un assetto radicalmente nuovo. Se precedentemente essa era caratterizzata dalla compresenza di almeno due nuclei dotati della  medesima importanza, ora si definisce un vertice unico, politico e religioso, posto al di sopra –anche topograficamente – di ogni componente urbana, il quale si configura come centro di un asse della città che collega il monte col piano. Il nuovo centro urbano, posto sulle pendici del monte, pur avendo ampliato la cinta urbica, inglobando numerose nuove aree, si dimostrava però nei fatti troppo distante dai luoghi dove solitamente si sviluppavano e svolgevano le attività commerciali e produttive; pertanto il considerevole aumento di popolazione dei decenni successivi venne a interessare ancora una volta la città bassa.Le tre costruzioni erano separate da due vicoli che collegavano la Porta di Sant’Agnese al sottopasso, confluendo nella piazza posta tra il Palazzo e la Cattedrale. Un edificio “di guardia” di più recente costruzione, comunque anteriore al XIV secolo, occupava il lato meridionale dell’area e fu concepito come elemento di contenimento e coronamento verso valle della platea stessa. La fontana dell’arengo era al centro della vasta platea, con una serie di palazzetti, torri e casette sul lato a monte e tre precise vie vi si inerpicavano, mentre a valle si trovavano due palazzetti pubblici, che si ergevano dal pianoro dove si trovano l’attuale Voltone e il giardino pensile, in cui sono ancora visibili i portali di ingresso relativi, poi inglobati nel più ampio e merlato palazzo del comune e nel suo avancorpo, citato nei documenti come Pro Aulo.

La costruzione del Palazzo Ducale, voluta dal Duca Federico di Montefeltro – che a Gubbio ebbe i natali – venne iniziata nel 1476 sull’esempio del modello più illustre del palazzo di Urbino. Il disegno fu probabilmente del Laurana, ma i lavori vennero portati a compimento da Francesco di Giorgio Martini da Siena. Il principale problema progettuale che l’architetto senese era chiamato a risolvere era costituito dalla necessità di inglobare una parte significativa della città medievale (come la platea communis) in una fabbrica, privatizzando uno dei più importanti spazi pubblici della città. Il cortile interno del nuovo progetto divenne il fulcro dell’intera composizione, fungendo da raccordo fra le preesistenze medievali e le nuove costruzioni. Grazie al nuovo cortile interno, il Palazzo Ducale fu isolato dalle preesistenze medievali, impedendo alle antiche strutture di trapelare nel nuovo spazio “privato” del Signore: la Cattedrale fu occultata dalla parete cieca che delimita la “corte nuova” ad oriente, mentre la torre, il Palazzo Comunale e quello “de la guardia” vennero inglobati nelle membrature del nuovo edificio. Il cortile, porticato solo lungo tre lati, fu concluso, nel quarto lato, da una parete cieca scandita da una serie di mensole e di archetti che, come le colonne degli altri tre lati, sorreggevano la trabeazione e la facciata leggermente aggettante del piano superiore. All’interno si apre uno stupendo cortile che corrisponde all’antica platea comunale, raccolto ed elegante anche grazie alla tricromia dell’intonaco e della pietra serena che contrasta col rosso mattone. In basso, su tre lati, si succedono le snelle arcate del portico su colonne e pilastri agli angoli, mentre in alto è ricavato il piano delle soprallogge, con eleganti finestre architravate divise da lesene. All’interno, famoso è lo Studiolo che Federico fece realizzare in legno, a tarsie prospettiche (quello esposto è una copia realizzata da artigiani eugubini; l’originale si trova al Metropolitan Museum).

QUARTIERE DI SAN MARTINO

Il quartiere di San Martino è il più antico di Gubbio ed uno dei più caratteristici e suggestivi. Tutta la zona è un succedersi di vecchie case medievali, di scorci indimenticabili, un alternarsi di stradine e di ponti, di viuzze silenziose. Se, in età altomedievale, l’alveo del Camignano, la cinta umbra e il tracciato dell’antico cardo umbro-romano costituivano i margini del nucleo urbano ecclesiastico-popolare, l’argine destro del fiume e la piccola gola compresa fra le pendici dell’Ingino e del Monte Foce circoscrivevano l’area, molto importante strategicamente, che era stata utilizzata dai nobiles per la costruzione della nuova città. La necessità di controllare il fiume e l’unico sbocco appenninico verso la valle umbra sembra aver influito in maniera determinante sulla localizzazione di tale nucleo, come confermano le evidenze architettoniche (strade in curva e case-torre) dell’insediamento compreso tra Porta Metauro, il Camignano, la chiesa di San Domenico e le mura. Tale insediamento doveva attestarsi a monte di un percorso preesistente, l’antica Via del Ponte-del Condotto-degli Uffici (oggi Via dei Consoli-Via XX Settembre) che seguiva il tracciato delle mura umbre e collegava le Porte Veja e Tessenaca al ponte sul Camignano. L’area, così definita da limiti esistenti, assumeva una caratteristica forma a goccia, provvista di tre porte. Il nucleo Ultra Aquam rimaneva anche nella seconda metà del Duecento il centro maggiormente caratterizzato a livello architettonico. Due importanti arterie, parallele al lato inferiore della cinta umbra, collegavano direttamente questa parte della città con i vici “alti” (Via dei Consoli – Via XX Settembre) e con quelli bassi (Via Baldassini – Via Savelli). Successivi ampliamenti, soprattutto nel XIII secolo, collegarono questo nucleo al resto della città, che nel frattempo si era andata strutturando sulle pendici del monte. In Via Toschi Mosca, sul fianco destro dell’ex chiesa di Santa Maria dei Battilana, lungo il tracciato del Camignano, si apre un suggestivo e panoramico percorso caratterizzato da vicoli e ponti sul torrente che attraversa il questo punto del quartiere, chiamato dagli eugubini della ”Abbondanza”. I due edifici, separati da Via Antonini, spettavano infatti all’annona frumentaria eugubina, detta comunemente Abbondanza, il magazzino comunale del grano. Quella a oriente era la “casa de’ Forni dell’Abbondanza”, quello a occidente ospitava il mulino della “annona”. Con i Montefeltro, l’originario nucleo medievale a “goccia”, in seguito ad una serie di interventi, raddoppiò la propria estensione, assumendo una nuova importanza nel complesso assetto della città. La conformazione finale dell’insediamento alla destra del Camignano risultò definita dal bilanciato rapporto di due parti equivalenti, disposte simmetricamente rispetto alla piazza antistante la chiesa di San Domenico. Tale piazza (probabilmente sistemata tra la fine del Trecento e i primi decenni del secolo successivo) diventò il baricentro dell’intero insediamento ultra aquam. La forma che assunse l’insediamento, dopo l’espansione verso il piano, è assimilabile all’immagine di un’aquila ad ali spiegate: un tipico emblema medievale, simbolo dell’autorità imperiale, ampiamente diffuso non solo nella toponomastica e nell’araldica cittadina, ma anche come modello di riferimento nella conformazione planimetrica di molte cinte murarie. A Gubbio, tale emblema si carica di particolari valori simbolici perché si poneva in un rapporto dialettico sia con la diverse forme simboliche che in passato avevano ispirato nuove urbanizzazioni sia perché contrapponeva il quartiere di San Martino agli altri. È probabile che le prime consistenti trasformazioni si siano verificate all’inizio del XIV secolo quando, in un momento di debolezza della componente ghibellina, l’antico vicus feudale poté finalmente essere controllato dal comune. Tra il 1315 e la metà del XIV secolo si può collocare la costruzione, lungo via Cavour (già Via della Dogana), delle case di famiglia di provata fede guelfa – come i Panphili, gli Andreoli e i Beccoli –. L’occupazione dell’area fu presumibilmente interrotta durante la seconda metà del XIV secolo a causa della particolare instabilità politica che accompagnava la crisi del governo comunale. A partire dall’ultimo decennio del Trecento, con il ritorno in città delle famiglie esiliate, si verificò una sorta di riappropriazione ghibellina del quartiere. I Beni e i Bentivoglio si insediarono su Via della Dogana, di fronte alla residenza dei Panphili, mentre famiglie comunque favorevoli al governo ducale occuparono e ristrutturarono progressivamente molti degli edifici compresi nella parte bassa del quartiere, in prossimità del campus mercatalis. Via della Dogana finì, così, per assumere la funzione di limite fra le due parti del quartiere (occidentale e orientale) controllate rispettivamente dai Guelfi e dai Ghibellini. Anche la stessa configurazione planimetrica “ad ali spiegate” che venne ad assumere il quartiere può essere interpretata simbolicamente come rapporto di contrapposizione-complementarietà stabilitosi tra le famiglie dei Pamphili (il cui emblema era costituito da una colomba) e dei Beni (rappresentati da un’aquila) in età feltresca. Nel XV secolo iniziò così un processo di ristrutturazione edilizia, che prevedeva l’accorpamento di più edifici medievali di modeste dimensioni, unificati alla meglio da elementi di facciata tendenzialmente unitari. Tale processo sembra aver preso il via del “centro” del quartiere alla “periferia”, cioè dalla Piazza Giordano Bruno verso Piazza Quaranta Martiri. Nei vari palazzi, analogamente, la manomissione e sostituzione degli elementi di facciata testimoniava che il processo di ristrutturazione procedeva dall’esterno all’interno: nei cortili, infatti, è ancora oggi possibile rilevare l’aggregazione originaria, quasi inalterata, degli edifici medievali. L’architettura della città venne progressivamente, e caoticamente, trasformata: la tradizionale pietra calcarea, che costituiva materiale praticamente esclusivo degli edifici medievali, fu sostituita sempre più spesso dal laterizio e, per i dettagli di facciata, dalla pietra serena; allo stesso modo, l’arco a sesto acuto veniva sistematicamente sostituito da aperture a tutto sesto o architravate.

PALAZZO E FONTANA DEL BARGELLO

Così chiamato perché era la sede del Bargello, colui che in epoca comunale presiedeva i corpi di polizia, il palazzo aggetta sull’omonimo largo con la sua severa ma elegante facciata. La costruzione è un tipico esempio di architettura civile eugubina trecentesca. Essa è’ costruita su tre piani scanditi da cornici marcapiano: un piano terra, destinato a fondaco, servito da larghe e comode aperture di ingresso e una porta di accesso ai piani superiori, la cosiddetta “porta del morto”; un primo piano con finestre centinate; un piano superiore, realizzato in laterizi per alleggerire il carico sui livelli inferiori e forse, un tempo, caratterizzato da una loggia poi tamponata.

Nel largo antistante il palazzo, si trova anche la Fontana di San Giuliano o “del Bargello”, detta anche “dei matti”. Nonostante documenti attestino la presenza di una fonte già in età molto antica, è solo dal XV secolo che si hanno notizie sicure relativamente alla sistemazione della fonte pubblica e del relativo acquedotto. L’attuale configurazione della fontana risale però alla seconda metà del XIX secolo.

CHIESA DI SANTA CROCE DELLA FOCE

Non si conoscono le origini di questa antica chiesa. Nel muro esterno della sacrestia compare un’epigrafe del 1262 relativa alla costruzione dell’attuale edificio o, forse, a una sua ricostruzione. Alla seconda metà del XV secolo risale la prima menzione della confraternita che in essa ha tuttora sede, dedita all’organizzazione della processione del Cristo Morto, che ricorre da secoli ogni Venerdì Santo. Nel XVII secolo subì radicali trasformazioni.

CHIESA DI SAN DOMENICO

Indagini archeologiche confermano che in Piazza Giordano Bruno, sorgeva forse ancor prima dell’XI secolo una piccola chiesa dedicata a San Martino. Alla fine del XIII secolo, la chiesa fu demolita per far spazio a un più imponente edificio, concesso ai frati dell’Ordine di San Domenico che nel 1339 lo ampliarono e dotarono di belle cappelle gotiche. Verso la metà del Quattrocento, dopo che venne cinto da nuove mura lo spazio retrostante al complesso, fu possibile ampliare ulteriormente la chiesa erigendo, al di là delle vecchie mura, l’attuale presbiterio. L’interno subì una radicale trasformazione nel XVIII secolo.

CHIESA DI SAN FRANCESCO

Il complesso religioso venne edificato sulla casa e sul fondaco della famiglia degli Spadalonga che, nei primissimi anni del Duecento, accolse San Francesco dopo che questi ebbe rinunciato ai beni mondani e si fu spogliato delle proprie vesti per indossare solo una povera tunica, che la tradizione vuole essergli stata donata proprio dagli Spadalonga. La stessa tunica divenne in seguito il tipico saio francescano. La costruzione della chiesa è attribuita all’architetto Fra’ Bevignate da Perugia, ma a riguardo sussistono molte incertezze. Si sa, comunque, che la costruzione, iniziata nel 1229, subito dopo la santificazione di Francesco, venne ultimata nel 1292. La struttura manifesta l’impronta romanica e gotica al tempo stesso. La facciata principale è spartita in tre settori delimitati da lesene, mentre la parte superiore risulta incompiuta. La fiancata sinistra è invece scandita da lesene e monofore trilobate. L’interno presenta uno schema basilicale a tre navate. Le pareti erano rivestite da cicli pittorici, in gran parte distrutti nella trasformazione del XVIII secolo, quando la chiesa assunse l’aspetto a sala voltata. L’abside è articolata in tre parti pentagonali, la più grande delle quali è posta al centro. L’abside di destra invece, dedicata a San Francesco, è divisa in due da una volta duecentesca per racchiudere lo spazio dove avvenne la vestizione di Francesco con una tunica donatagli da Federico Spadalonga. In corrispondenza di questa abside, tra il 1475 e il 1477 venne inserito il campanile ottagonale. La chiesa ha due ingressi: il più grande è formato da un portale semplice ed elegante, collocato sulla facciata principale; l’altro ingresso, situato sul lato sinistro, è costituito da un portale gemino romanico.

Il convento di San Francesco, collegato alla chiesa, si presenta come un vasto complesso, forse capace di poter ospitare cento frati in altrettanti celle distinte, tanto da essere denominato Cento Celle. Se non proprio cento, si ritiene che possedesse un gran numero di piccole stanze           per i frati.

CHIESA DI SANTA MARIA DEI LAICI o DEI BIANCHI

Presenta la sua facciata principale, semplice e suggestiva, lungo la fiancata sinistra della Loggia dei Tiratori. La sua costruzione risale al 1326 e fu sede della Confraternita della Beata Vergine Maria, detta dei Bianchi per via dei sacchi bianchi con cappuccio indossati dai confratelli, sodalizio dedito al canto delle laudi e a riti para-liturgici soprattutto durante la Settimana Santa.

OSPEDALE DI SANTA MARIA DELLA MISERICORDIA (POI LOGGIA DEI TIRATORI)

La costruzione si caratterizza per il doppio porticato sovrastato da pronunciate tettoie. Quello più in basso poggia su colonne e risale al XIV secolo, quello superiore (corrispondente alla Loggia dei Tiratori), su pilastri, venne aggiunto all’inizio del XVII secolo. In origine l’edificio porticato era destinato ad accogliere l’ospedale di Santa Maria della Misericordia, eretto nel 1326 per iniziativa della Confraternita della Beata Vergine Maria.

PALAZZO DEL CAPITANO DEL POPOLO

Il Palazzo era la sede del Capitano del Popolo, una carica che in epoca comunale fu di grande prestigio poiché rappresentava la massima autorità della città. Esso rappresenta un bellissimo esempio di architettura duecentesca, impostata nelle forme e nei modi tipici di altre costruzioni eugubine. Consta di tre piani caratterizzati da un bel rivestimento in pietra locale ed aperti da belle finestre sormontate da archi a sesto acuto e da una loggia con aperture sempre ogivali. L’edificio ha un aspetto solido e severo, ma al tempo stesso elegante e armonioso per la sua chiara ripartizione delle superfici e per quell’andamento curvilineo che s’accompagna all’andamento stesso della strada.

La Via del Capitano del Popolo (già Via del Coccodrillo), che prende il nome dall’omonimo palazzo, è un’altra tipica testimonianza del periodo medievale: corre, infatti, stretta, sinuosa e silenziosa tra vecchi edifici due-trecenteschi ancora intatti nella loro fisionomia e che, attraverso il tempo, hanno acquistato un fascino e una suggestione indimenticabili. All’altezza del Palazzo del Capitano del Popolo, proprio difronte al suo ingresso, si può notare al centro della stradina, un grosso pietrone di forma ovale: su di essa, in occasione della processione del Venerdì Santo, si è soliti far sostare  il Cristo Morto, obbedendo ad una tradizione lunga secoli.

In Via Gabrielli è ubicato il Palazzo Gabrielli, caratteristico edificio medievale provvisto di torre, la più alta tra quelle conservate in città, e di un portico tamponato con bassorilievi e stemmi trecenteschi della nobile famiglia eugubina. Nel XIV secolo parte di questi stabili spettavano all’Ospedale di San Verecondo.

QUARTIERE DI SAN PIETRO

Il quartiere di San Pietro faceva parte dell’antiqua civitas che gli Eugubini abitarono prima dell’edificazione della nuova città a monte delle attuali Vie Savelli della Porta e Baldassini, avvenuta alla fine del XII secolo. L’incremento demografico verificatosi nel Duecento determinò un’espansione di Gubbio verso valle, con conseguente rioccupazione dell’area di San Pietro, per altro mai del tutto abbandonata. Si trattava di un’area in leggera pendenza su cui insistevano una serie di “clausure” (appezzamenti di terreno recintato) assai ampie, quasi prive di costruzioni; i terreni erano prevalentemente coltivati (vigne o albereti). In prossimità della chiesa di San Pietro doveva esservi un piccolo nucleo abitato (l’antico vicus Griconie), di cui oggi non resta più traccia. L’impianto dell’attuale quartiere, così regolare, ispirato a criteri di ortogonalità e di simmetria, è rivelatore di una vera operazione di pianificazione, attraverso cui venne elaborato e diffuso un tipo di modello urbano originale e particolare. Tale espansione, verificatasi presumibilmente in un arco di tempo sufficientemente breve, nel terzo decennio del Duecento, era attribuibile all’ascesa della “classe media” degli artigiani, inserita tra i commercianti e i nobili da un lato e i contadini dall’altro, la quale aveva la necessità di individuare nuove aree edificabili.

CHIESA DI SAN PIETRO

Sorge sull’omonima piazza, nei pressi della Porta Vittoria. La Cronaca dei monaci di San Francesco di Gualdo Tadino riferisce che i Benedettini fondarono il monastero di San Pietro fin dall’VIII secolo, su una preesistenza romana (al IV-V secolo risale infatti una lapide pertinente ad una chiesa dedicata ai Santissimi Apostoli riferibile probabilmente alla successiva chiesa di San Pietro). Il documento più antico risale però al 1058,          anno in cui il vescovo di Cagli, già abate di San Pietro, consacrò la chiesa. Nel XIV secolo fu  la sede dei monaci cassinensi con i quali raggiunse il massimo splendore. All’inizio del XV fu ceduta ai monaci olivetani. Alla fase originaria appartengono il portico, oggi tamponato, e la bifora centrale con colonnina a stampella. Il portale è affiancato da arcate poggianti su semicolonne con capitelli corinzi. Nel muro sono inserite mensole con figurazioni scolpite La costruzione romanica doveva essere a tre navate e a croce latina, con la facciata a quattro spioventi. Agli inizi del XIII secolo la chiesa fu ampliata e rifatta a una sola navata con tetto ad archi diaframmi e la facciata ridotta a due spioventi. L’interno subì pesanti rimaneggiamenti nel XVI e XVII secolo, che ne alterarono l’aspetto originario.

In Via Dante rimangono altre antiche testimonianze di età medievale, come il pittoresco loggiato dell’Ospedale vecchio di Sant’Agostino.

In Via Cairoli, gli edifici dell’ex monastero di Santo Spirito, appartenuti all’Arte della Lana, furono nel XIII secolo adattati ad ospedale, dedicato al Spirito Santo. Nella seconda metà del XV secolo, in questo complesso furono riunite le suore di piccoli conventi sparsi nel territorio eugubino. Il nuovo monastero sorse ufficialmente nel 1468.

QUARTIERE DI SANT’ANDREA

Il quartiere di Sant’Andrea comprendeva in origine la porzione nord-orientale della città edificata sullo scorcio del XII secolo. In seguito venne inglobata nel quartiere anche una parte della zona di espansione urbana duecentesca (fino all’attuale Corso Garibaldi).

CHIESA DI SANT’ANDREA / SAN MARZIALE

Rappresenta uno dei più antichi edifici sacri di Gubbio. Le grandi pietre che compongono le fondazioni fuori terra dell’edificio sono materiali lapidei di riutilizzo, facenti in origine parte di qualche costruzione romana. Un documento del 1365 fa risalire la costruzione della chiesa a quel periodo. È certo, però, che doveva esisterne una precedente, riferibile alla prima metà del XII secolo, di cui rimangono in vista il paramento murario esterno e l’abside. La principale caratteristica di questo edificio romanico consiste nel singolare schema a pianta basilicale zoppa: una navata maggiore ampia e coperta da una volta a botte a sezione sestiacuta e una navata minore sul lato sinistro coperta con volte a crociera, separate tra loro da archeggiature impostate su grossi pilastri. Manca l’originaria facciata, prolungandosi la chiesa in un altro locale che serviva da luogo di preghiera per le monache dell’attiguo monastero.

CHIESA DI SANT’AGOSTINO

Si trova fuori Porta Romana, poco oltre la cinta muraria. L’edificio venne realizzato a metà del XIII secolo e mostra forme gotiche, anche se la facciata viene trasformata in epoca moderna. L’interno si presenta ad unica navata, con travature sorrette da sette archi acuti poggianti su pilastri, aperta lateralmente da nicchie con arco a tutto sesto.

CHIESA DELLA SANTISSIMA TRINITA’

Appartiene alla Confraternita dei Disciplinati del Crocifisso di Sant’Agostino, che la eresse nel XIV secolo, assieme all’attiguo ospedale. Del primitivo edificio rimangono vistose tracce nella facciata, mentre l’interno venne radicalmente trasformato nel XVIII secolo.

Via XX Settembre, come Via dei Consoli, fa parte di un tracciato viario molto antico, che segue l’orlo di un terrazzamento naturale. Nella via, un tempo chiamata “dei Cavalieri” e poi “degli Uffici”, si trovano alcune importanti testimonianze di età medievale, come l’edificio appartenuto alla famiglia Gabrielli, il cui fianco presenta un singolare profilo per l’antica presenza di un ponte (successivamente abbattuto) che congiungeva lo stabile con l’edificio posto sull’altro lato dell’attuale Via Federico da Montefeltro.

Girovagando a zonzo per i vicoli e le vie principali del centro storico, sarà divertente osservare i vari interventi nelle strutture murarie: finestre tamponate, spostate o aperte; muri alzati, ricuciti, restaurati… ma soprattutto, aguzzando la vista, sarà facile riconoscere un particolare tipo di struttura, chiamata PORTA DEL MORTO. Si tratta di una porta, tipica delle abitazioni medievali, rialzata di circa 60-70 centimetri rispetto al piano stradale, sempre terminante a sesto acuto, che affianca una più ampia porta a livello della strada (questa era generalmente la bottega). La sua particolare forma consentiva un indubbio vantaggio nel caso di difesa dell’accesso. La larghezza dell’apertura aveva una dimensione tra 70 e 80 centimetri, tale da consentire il passaggio di una sola persona per volta. Le ante erano incernierate a cardini di pietra situati all’imposta dell’arco e a livello della soglia. Questi ultimi risultavano provvisti sull’esterno di pietre sagomate, atte a proteggere i cardini da eventuali tentativi di scasso. Il collegamento con il piano stradale avveniva grazie ad una scaletta di legno retrattile, oggi sostituita da scalini di pietra. La tradizione vuole che tale porta, una volta che le più ampie porte dei fondaci divennero l’accesso principale all’abitazione, costituisse l’uscita attraverso la quale veniva fatta uscire la bara in caso di morte di qualcuno degli occupanti dell’abitazione. Sulla scaletta sembra anche che venisse poggiato il corpo del defunto per essere esposto alla pietà ed alle preghiere dei parenti e degli amici e questo fatto avvalora in qualche modo il nome dato alla porta.

PORTE CIVICHE, CINTA MURARIA, CASSERO E ROCCHE

Del 1160 è il primo riferimento alla costruzione della cinta urbana di Gubbio. Alla fine del XII secolo si assiste alla creazione di una cinta muraria finalizzata e perimetrante a valle il nuovo nucleo politico e religioso costituito da Cattedrale e palatium comunis. La cinta aveva due precisi limiti, alle opposte estremità dell’abitato, rappresentate dalla porta adiacente alla chiesa di San Marziale e da quella presso la chiesa di San Giuliano. Il libero comune eugubino, tra la fine del 1100 e quella del Trecento, fino all’inglobamento nel territorio del Ducato di Urbino, era organizzato militarmente in una città difesa da alte mura di cinta e precise porte che si aprivano lungo il perimetro, dotate di alte torri con la duplice funzione di osservazione e di difesa. È all’inizio del Trecento che il circuito murario assunse l’assetto definitivo, per una larghezza totale di 3 km. Il tratto posto all’estremità nord-orientale consentiva di salire lungo lo stretto e ripidissimo percorso, il cosiddetto “Buchetto”, costeggiando il taglio delle mura, fino a Porta Sant’Angelo o di Sant’Ubaldo, che collega la città alla sommità del Monte Ingino. Altre torri erano, invece, posizionate all’interno della città, alcune appartenenti ad una o più antica cinta muraria pre-duecentesca, mentre altre erano posizionate in punti strategico-osservativi dell’apparato difensivo della città.

Il quartiere di San Martino è circondato da un tratto di mura su cui si aprono le Porte del Borgo e di Santa Croce. Porta del Borgo, una delle principali dell’antico circuito medievale, fu interamente ricostruita nel 1377. E’ pervenuta senza la bertesca documentata in cima al torrione che fu mozzato nel 1877. Porta Santa Croce (o di Scattone) presenta un impianto tardo duecentesco, priva oggi dell’originario torrione. È l’unica porta del circuito murario eugubino che conserva gli antichi battenti lignei. Nel sottarco, sul lato interno, rimangono tracce di affreschi dei Santi e un gruppo di confratelli di Santa Croce della Foce, vestiti coi caratteristici “sacconi”. Nel Quartiere di Sant’Andrea, in prossimità del Largo di San Marziale verso Via Dante, si trova l’unica porta appartenente alla cinta muraria – o comunque agli apparati di fortificazione – che gli Eugubini edificarono durante la ricostruzione della città nel XII secolo. La porta, chiamata “Arco di San Marziale”, è formata da grossi conci, ricavati dalla spoliazione di edifici di età romana. Nella parte interna si conservano ancora gli originari alloggiamenti per i cardini, scavati nella pietra. Secondo alcune ipotesi, l’Arco di San Marziale sarebbe stato ricostruito sul luogo in cui si trovava la più antica Porta Veia, una delle tre porte appartenenti all’antichissimo insediamento della Ikuvium umbra. Risalendo la soprastante Via Appennino, si raggiunge un tratto ben conservato delle mura urbiche. Verso il monte, la città è delimitata da dalla serrata cinta muraria che un tempo inglobava anche varie strutture militari come torrioni e appostamenti difensivi. Porta Sant’Ubaldo è la più elevata del circuito difensivo medievale. Da essa si dipartono i cosiddetti “Stradoni”, databili all’inizio del XVII, i quali, inerpicandosi lungo il versante sud-ovest del Monte Ingino, conducono fino alla basilica di Sant’Ubaldo. Nel quartiere di San Pietro, la Porta di Sant’Agostino (detta anche Porta Romana), appartenente al circuito murario tardo duecentesco, è l’unica che si conserva completa del torrione e del vano per alloggiare la saracinesca. In origine doveva essere provvista anche di ponte levatoio sul Cavarello. Sulla fronte campeggia un antico stemma della città. Via Falcucci si chiude invece con la Porta di San Pietro tardo-duecentesca, restaurata e fortificata nel 1378, che in parte conserva il sovrastante torrione. È l’unica porta del circuito murario eugubino provvista ancora dell’antica antiporta.

Il sistema difensivo eugubino era costituito essenzialmente, oltre che dalla cinta muraria, dal “Cassero” e da due rocche ubicate sulla sommità del Monte Ingino per poter controllare simultaneamente la città e la strada che conduceva a Scheggia. Il Cassero era una precisa unità militare dove stava alloggiato lo stato maggiore dell’esercito e il comandante in capo, da cui partivano ordini, dispacci e missive sia verso il governo cittadino sia verso i vari nuclei fortificati posti lungo la linea di confine dello stato eugubino. Aveva  nei pressi anche la piazza d’armi o il campo di Marte, dove venivano addestrati i giovani nelle varie discipline militari. Nel XIV secolo rappresentava la principale rocca cittadina e si trovava a monte del nucleo del palazzo comunale. Tale sistema difensivo fra il 1375 e il 1383 aveva subito moltissimi danni, fino ad essere quasi del tutto smantellato. Prime consistenti modifiche si dovettero al conte Guidantonio (1403-1404) che, all’interno di un più vasto progetto di riassetto delle fortificazioni dello stato, aveva fatto ristrutturare il Cassero e la Rocca anteriore di Sant’Ubaldo. Sotto Federico, il Cassero veniva inglobato in un nuovo sistema di fortificazioni (denominato “Rocca nuova di Sant’Agnese”) Con l’instaurazione del governo signorile, sia il Cassero che le due rocche furono ristrutturate e affidate stabilmente a castellani fedeli ai Montefeltro. L’ammodernamento dell’apparato difensivo della parte alta della città aveva preso le mosse nel  1480, anno in cui la costruzione del Palazzo Ducale era stata ultimata nelle sue parti essenziali. Per rendere possibile la realizzazione del nuovo baluardo era stato demolito il monastero di Sant’Agnese in Monte, la relativa porta urbica e, forse, parte dell’antico Cassero. La “Rocca Nuova” di Sant’Agnese, iniziata da Federico e completata da Ottaviano Ubaldini, presentava una forma vagamente trapezoidale ed era costituita da una torre circolare, da due tratti rettilinei di mura, dai resti del Cassero e dal tratto superiore della vecchia cinta. Il Palazzo Ducale, saldamente ammorsato al lato inferiore della Rocca Nuova, risultava essere parte integrante del nuovo sistema fortificatorio sia dal punto di vista strutturale che funzionale. Il torrione semicircolare fu costruito sopra una preesistente torre a base quadrata simile alle altre che si aprivano nella cinta muraria a monte, mentre altri elementi (cornicioni marcapiano in pietra serena, l’utilizzo del mattone per voltare i nuovi camminamenti) rimandano all’architettura già presente nel Palazzo Ducale. Sul Monte Ingino, la rocca posteriore sembra essere stata la più antica. Entrambe le rocche sul monte fungevano da capisaldi militari di osservazione del territorio.

ACQUEDOTTO MEDIEVALE

Una delle meraviglie della Gubbio medievale è il suo acquedotto, che si estende sull’impervio versante del Monte Ingino per tutta la lunghezza della Gola del Bottaccione. L’opera, realizzata con grande perizia tecnica, collega la città ad un bacino artificiale ubicato ai piedi del monte Calvo, seguendo il percorso della strada (probabilmente di origine pre-romana) tracciata lungo le falde occidentali del Monte Ingino e che penetrava in città attraverso Porta Sant’Agnese. Tale opera sembra essere stata portata a termine nella seconda metà del XIII secolo, quando si mise mano ad una complessiva ridefinizione urbanistica: l’acquedotto, infatti, oltre ad alimentare la fons arenghi nella piazza antistante il duecentesco palazzo comunale, raggiungeva le parti più significative della città alta e riforniva le principali fonti cittadine. L’acquedotto passava nelle viscere della fortezza duecentesca, confluendo nel vicino “conservone”, posto allo stesso livello del campo di Marte e poteva essere gestito anche a fini bellici interni, negando cioè la stessa acqua alle fonti poste nei vari quartieri della città a proprio piacimento. La linea dell’acquedotto costituiva anche una facile via di collegamento tra lo sbarramento del Bottaccione e la fortezza del Cassero e a ciò si pose rimedio costruendo un preciso sistema difensivo posizionando all’inizio una porta e, poco prima di giungere al Cassero, nel pianoro detto “di Giomba”, un punto di controllo visivo-militare, cioè una torre circolare dalla cui sommità si poteva controllare tutta la gola del Bottaccione. Ancora nel XIV secolo, grazie a questa opera di alta ingegneria idraulica, il Palazzo dei Consoli poteva contare su acqua corrente zampillante da fonti anche all’ultimo piano.

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