LE 5 cose IMPERDIBILI da fare a gubbio

INTRODUZIONE

Spesso le piccole cittadine italiane vengono visitate troppo velocemente, pensando che, con qualche ora a disposizione, sia possibile completare il tour dei principali monumenti o attrazioni.

Gubbio offre a dir il vero varie proposte turistiche, in grado di accontentare ampie fasce di visitatori: per i bambini, o per chi non ha voglia di camminare molto, c’è l’allegro trenino che percorre le principali vie del centro, proponendo un tour comodamente seduti (anche troppo “comodo” per i miei gusti); per chi ama l’arte e l’architettura medievale, imperdibili sono la visita del Duomo, del Palazzo dei Consoli e di Piazza Grande, ma anche la chiesa di San Giovanni; per chi ama passeggiare tra i vicoli e godersi scorci caratteristici, i quattro quartieri eugubini offrono una fitta rete di ombreggiate stradine. Non vanno poi dimenticate le tante realtà artigianali presenti nel territorio eugubino, di tradizione secolare, come ad esempio la lavorazione della ceramica…

Qui, però, spesso termina la maggior parte delle visite…

…ma, come dicevamo, Gubbio offre anche altro. Vediamo quindi insieme le 5 cose da fare assolutamente per completare la visita, ma soprattutto immergersi a pieno nella sua geografia, natura, storia, artigianalità e ospitalità.

1 – SULLE TRACCE DEI DINOSAURI E LA GOLA DEL BOTTACCIONE

La prima volta che sentii parlare della Gola del Bottaccione mi trovavo in Nepal e a parlarmene fu Francesco Ramacci, mitico coordinatore di Viaggi Avventure nel Mondo e, in un certo modo, legato a Gubbio.

Gli studi geologici di Francesco e la sua capacità narrativa riuscirono ad appassionarmi e a farmi capire, in semplici concetti, l’importanza di questo piccolo angolo di mondo.

Da alcuni anni a Gubbio, la parola “dinosauri” riecheggia tra mostre e palazzi, tra piazze e vicoli. Allo stesso modo, può capitare di imbattersi in riproduzioni di qualche sauro del Triassico dalle sembianze mostruose e dai denti famelici.

Nessun grande dinosauro, però, ha mai calpestato il suolo eugubino… e allora perché questa passione?

Per capirlo meglio, facciamo prima un passo indietro, anzi vari milioni di passi. Centinaia di milioni di anni fa, il territorio di Gubbio si trovava sotto il livello del mare, di quel mare della Tetide che copriva gran parte della regione attualmente occupata dal bacino mediterraneo. Qui si depositavano pigri e lenti i sedimenti, il pulviscolo atmosferico e soprattutto il plancton e gli animali marini, che una volta morti portavano con sé il guscio calcareo che li aveva ospitati in vita. Nel corso del tempo, questo fondale marino crebbe, centimetro dopo centimetro, arrivando a trasformarsi nelle rocce calcaree, così diffuse in Italia e nel mondo. Successivamente, circa 30 milioni di anni fa, le compressioni geologiche, provocate dalla deriva dei continenti, diedero poi origine alle catene montuose e gli strati che, per lungo tempo erano stati immersi sotto il livello del mare, divennero una delle componenti della crosta terrestre. Una volta emersi, questi strati subirono il trascorrere del tempo e il susseguirsi degli eventi, consentendoci oggi di scoprire, conoscere e capire meglio il passato e la storia del nostro pianeta. Eh sì, perché per comprendere meglio ciò che andremo a raccontare tra poco, è necessaria un’altra precisazione. In geologia (ma anche in archeologia) si usa il termine “stratigrafia” per indicare la sequenza di livelli (“strati” per l’appunto), formatisi in successione e caratterizzati da diversa origine e componenti. Tali livelli, con spessore, andamento e caratteristiche variabili, rappresentano perfettamente la sequenza di eventi di cui le terre emerse e i livelli sommersi sono stati protagonisti e lo fanno seguendo il principio secondo cui lo strato più basso è sempre più antico di quello che lo copre.

Una particolare zona dei monti circostanti Gubbio consente di studiare perfettamente (come poche altre regioni al mondo) un’importante stratigrafia: ci troviamo, infatti, nella Gola del Bottaccione, una profonda frattura del terreno tra il Monte Calvo e il Monte Ingino, originatasi grazie alla lenta azione erosiva del torrente Camignano.

Proprio in questa gola, il geologo Walter Alvarez, negli anni ’70, ebbe modo di osservare la presenza di un particolare strato: il “livello K-T ad iridio“, caratterizzato dalla presenza di una concentrazione, di iridio appunto, di oltre 30 volte superiore rispetto a quella naturalmente presente sulla Terra. L’iridio è un metallo nobile, solitamente presente in alte percentuali soprattutto negli asteroidi, nei meteoriti e in altri corpi celesti. La cosa che attirò la sua attenzione fu il fatto che al di sotto di tale livello (quindi in strati più antichi, come abbiamo detto sopra), erano visibili i fossili di quegli esseri viventi che avevano abitato il mar della Tetide, in forme sempre più evolute man mano che gli strati si avvicinavano allo strato contenente l’iridio, a dimostrazione della lunga e lentissima evoluzione delle forme di vita presenti sulla Terra… e fin qui tutto “normale” geologicamente parlando. Come dicevamo, ci fu qualcosa che, però, attirò la sua attenzione. Innanzitutto l’alta concentrazione di iridio in questo sottile strato (di appena 1 centimetro circa) tra le rocce, ma soprattutto il fatto che al di sopra del “livello K-T ad iridio” si poteva osservare, grazie ai fossili presenti nelle rocce, un ritorno a forme di vita molto semplici e poco evolute, come se ci fosse stata una netta cesura nella evoluzione delle specie e una sorta di regressione. Anni di studi, analisi e campionamenti delle rocce portarono Alvarez a formulare una precisa teoria: il sottile strato ricco di iridio doveva essere il risultato di un preciso evento che si verificò sul nostro pianeta. Tale evento venne ricondotto all’impatto di un meteorite, il quale – caduto in corrispondenza della penisola dello Yucatan in Messico – provocò la scomparsa di quasi il 90% delle forme di vita presenti sulla Terra, dinosauri compresi, circa 65 milioni di anni fa.

Bisogna, infatti, ricordarsi quanto lenta sia la formazione delle rocce e degli strati geologici, di quanto delicato sia l’equilibrio tra le varie forme di vita sia anticamente che oggi. Solo in questo modo è possibile comprendere la grande trasformazione che causò a livello climatico e ambientale l’impatto del meteorite, la cui distruzione dovuta all’impatto provocò la dispersione nell’atmosfera e nell’ambiente di iridio, che si depositò lentamente sul fondale marino della Tetide. Il sottile spessore dello strato è appunto indizio della relativa breve durata delle condizioni che determinarono la formazione del livello K-T.

Una volta depositatesi completamente le particelle di iridio, nelle rocce della Gola del Bottaccione si può osservare un ritorno a condizioni climatiche e ambientali favorevoli alla ripresa della vita e alla sua nuova evoluzione. Tra i fossili di queste forme di vita, ancora molto primitive rispetto a quelle presenti prima della caduta del meteorite, è stato rinvenuto anche quello della “Globigerina Eugubina”, probabilmente uno dei pochi esseri in grado di sopravvivere alle condizioni fortemente inadatte alla vita sulla Terra successive all’impatto del corpo celeste. Si tratta di un animaletto piccolissimo (inferiore al millimetro), coriaceo ed estremamente adattabile alla nuova situazione, un po’ tozzo ma estremamente “caparbio”, unico e, al contrario degli estinti dinosauri, in grado di superare l’estinzione e ridare vita al lungo evolversi della vita…

…ecco il vero dinosauro di Gubbio, ecco la Globigerina Eugubina.

Per andare oltre la pura immaginazione, può essere utile e soprattutto piacevole visitare la mostra chiamata “Extinction. Prima e dopo la scomparsa dei dinosauri”, allestita ormai da alcuni anni all’interno del Monastero di San Benedetto: qui, infatti, grazie a ricostruzioni a grandezza naturale, fossili, calchi, contenuti multimediali è possibile approfondire vari aspetti scientifici della questione. Per gli adulti sarà un ottimo modo per conoscere Gubbio in una maniera inaspettata, per i bambini potrebbe essere un’occasione per suscitare nuovi o ulteriori interessi.

https://www.facebook.com/extinction.mostra

2 – camminata ad “alta quota”

Se avete deciso di visitare Gubbio, siete probabilmente tra le tante persone che amano la natura, i piccoli borghi, l’arte e l’architettura medievale. Se amate poi anche camminare lungo sentieri di montagna o volete semplicemente trascorrere un paio d’ore e scoprire un’attrazione poco frequentata dai turisti, ma più dagli Eugubini, il camminamento “sopra” l’antico acquedotto medievale fa al caso vostro.

Questo tratto sopra l’acquedotto fa parte del sentiero 251 del CAI, chiamato “Giro del M. Ingino” ed è individuabile nella cartina sottostante grazie alla linea tratteggiata, lungo la Gola del Bottaccione.

Il sentiero 251, nel suo complesso ha una lunghezza di 7 chilometri circa, con un dislivello di poco più di 300 metri, e richiede almeno 2 ore di tempo.

Una luminosa mattina di luglio, con cane e amica al seguito, ci siamo messe in marcia, senza particolari attrezzature da trekking, ma con un buon paio di scarpe da ginnastica, una bottiglietta di acqua fresca e macchina fotografica.

Dal momento che il sentiero 251 si può imboccare subito dopo la Porta di S.Ubaldo, il nostro percorso ha preso inizio attraversando per intero il Parco Ranghiasci e salendo verso il Palazzo Ducale. Da qui si sale ancora per la ripida strada che fiancheggia il Duomo e che porta alla Porta dedicata al patrono di Gubbio, fiancheggiando terrazzamenti con orti, ulivi e ginestre e un’ampia veduta sui tetti sottostanti e la piana.

Subito dopo la Porta di S.Ubaldo, sulla sinistra, un po’ nascosto tra i cespugli si trova il cartello indicante il riferimento al sentiero 251, caratterizzato da due bande rosse e una bianca alternate.

Questo primo tratto, piuttosto ombreggiato e serpeggiante tra i cespugli, latifoglie e fresche pratine, affianca anche parte del tratto delle mura urbiche che in età medievale cingevano la città, così come parte delle strutture in elevato dell’antico acquedotto. Nei circa 500 metri iniziali, la visuale si apre sulla parte occidentale della pianura eugubina per poi incanalarsi pian piano all’interno della Gola del Bottaccione.

L’acquedotto e il nome stesso della Gola sono riferibili ad età medievale. “Bottaccione” fa infatti riferimento ad un grande bacino artificiale per la raccolta delle acque, risultato di uno sbarramento del torrente Camignano. Da questo bacino iniziava il suo percorso l’antico acquedotto, costruito su progetto dell’architetto Matteo Gattapone – considerato tra i più importanti architetti del Trecento italiano-.

L’opera muraria dell’acquedotto è un opera strettamente di carattere civile, commissionata dal Comune di Gubbio nel 1327, per una lunghezza di circa 1,600 chilometri corre lungo le pendici occidentali del Monte Ingino per arrivare fino al cuore nevralgico dell’abitato medievale, incentrato sulla Cattedrale, il Cassero e poco più a valle il Palazzo dei Consoli. una volta arrivato nell’abitato, le acque venivano raccolte in una serie di cisterne che servivano per alimentare alcune Fonti presenti (ad esempio quella dell’Arengo in prossimità del Palazzo Ducale o di San Giuliano o quella presente presso i forni dell’Abbondanza) ma anche per portare acqua corrente all’interno del Palazzo dei Consoli

L’acquedotto medievale ha subito nel corso dei secoli vari interventi di ristrutturazione (il primo già nel XIV secolo). L’ultimo di questi, nel 2017, ha previsto la messa in sicurezza del camminamento, in modo da rendere il percorso maggiormente fruibile

3 – RELAX TRA I VICOLI E LE PIAZZE DEL QUARTIERE DI SAN MARTINO

Il quartiere di S.Martino è indubbiamente il più ricco di locali in cui bere o mangiare, di piccole botteghe artigiane in cui fare acquisti e il più comodo ai parcheggi.

DELIZIE AL TARTUFO

All’inizio di Via Cavour, al numero civico 3, c’è la bottega di Michele Mosca. Dal 2013 Michele si è specializzato soprattutto nella vendita di tartufo fresco, raccolto esclusivamente nel comune di Gubbio e la zona gualdese.

Con i tartufi di pezzatura più piccola, Michele propone un’ampia scelta di salse, condimenti e preparati a base di tartufo, prodotti su ricetta dedicata, tutti senza conservanti, coloranti, aromi chimici e totalmente gluten free.

Michele, però, non seleziona e vende solo tartufi, ma anche alcuni dei migliori prodotti artigianali italiani, come sott’oli, le amarene sciroppate di Morello, ma anche formaggi, miele, olio extra vergine di oliva, marmellate, salumi, birre, liquori e vini locali.

E’ possibile effettuare degustazioni gratuite e farsi spedire comodamente a casa la merce acquistata.

VINERIA DEI RE

Poco distante dalla bottega di Michele si trova Piazza Bosone, una delle piazzette regno della “movida” eugubina: qui si affacciano alcuni degli ormai storici ristoranti e locali, qui solitamente viene allestita la pista di pattinaggio durante il periodo invernale e sempre qui si assiste spesso a concerti di band musicali nelle calde serate estive.

Su un lato della vivace piazzetta si trova la Vineria dei Re.

Vi ricordate di quando avevo raccontato di Mattia Brunetti che aveva esordito nel mondo dei vini e della cucina lavorando alla Vineria dei Re?

Bene, in quella stessa piccola enoteca, ormai indiscusso caposaldo del buon bere a Gubbio, si è formato, è cresciuto ed è ormai presenza immancabile – nonché titolare – Marco Brunettini, cordiale, sorridente, sagace, appassionato oste eugubino di Denominazione e Origine Controllata e Garantita (da me e dai tanti affezionatissimi clienti).

L’emergenza Covid-19, come tanti, lo ha messo a dura prova, ma lui non si è perso d’animo e ne ha approfittato per rinnovare il locale e organizzarlo al meglio, nonostante le ridotte dimensioni (35 mq circa)…ma, si sa, “nella botte piccola ci sta il vino buono” e mai – come in questo caso – proverbio fu più azzeccato, con quasi 600 etichette, tra cui Borgogno, Franz Hass, Marisa Cuomo, Ferrari, ma anche Ronco Severo, Quintarelli, Damjian, Gravner, Bea e tantissimi altri.

Ad un calice di vino (ma se siete come me, un solo calice non basta mai) si possono accompagnare taglieri o altre tipicità eugubine, cosicché è un attimo che un semplice aperitivo si trasformi in una cena informale ma gustosa e successivamente in un dopo-cena, grazie anche agli ottimi distillati selezionati da Marco.

Qui seduti, al fresco di piazza Bosone, il tempo sembra piacevolmente fermarsi, tutto rallenta e trova la sua giusta dimensione, più genuina e sincera.

Menzione speciale a Luca Bianchini, che conosco da alcuni anni e ho visto crescere. Braccio destro di Marco, Luca ha un sorriso contagioso e una parola simpatica per tutti, facendo breccia in tanti gentil cuori.

Tutto lo staff è giovane e cordiale, anche se – come è giusto che sia – il vero perno è il solido Marco, che, tempestandovi di domande per scoprire i vostri gusti, farà sempre il possibile per esaudire le vostre richieste enologiche e/o farvi conoscere nuove bevute.

Per chi eventualmente mettesse in discussione la passione eugubina per il di-vin succo (sacro a Bacco), è giusto ricordare che a Gubbio dai primi anni ’90 esiste una delegazione AIS (Associazione Italiana Sommelier, che solitamente ha sede nei vari capoluoghi di provincia italiani), la quale ha già formato oltre 500 sommeliers. Solo a Gubbio i sommeliers sono varie decine, a testimonianza del fatto che oltre al piacere intrinseco di un bicchiere di vino bevuto in compagnia è ampiamente diffusa la volontà di conoscere e approfondire il vasto mondo della enologia.

Senza entrare nei meandri di discussioni relative a pratiche enologiche cosiddette “convenzionali” o naturali, a quale sia migliore, all’importanza attribuita (giustamente o meno) alle tante etichette blasonate, è fuori discussione che

la Vineria dei Re costituisca il miglior locale di Gubbio dedicato al mondo dei vini.

ORTO – OSTERIA DELLA TERRA

In una cittadina di cacciatori e norcini, quando Cristina e Alessio decisero di aprire la loro osteria vegetariana, in pochi pensavano che nel giro di qualche anno il loro delizioso locale sarebbe diventato uno dei più frequentati di Gubbio, non solo da parte dei turisti, ma soprattutto dagli stessi Eugubini (io stessa lo considero il mio preferito).

L’osteria si dispone su più livelli. E’ minimal, di quella semplicità luminosa e solare che rispecchia l’animo degli stessi proprietari. Dalla scorsa primavera è stata allestita, in un cortile interno, una pedana con alcuni tavoli. Anche questo spazio, a metà tra esterno ed interno, è sistemato con cura e attenzione per ogni dettaglio. In estate è poi possibile mangiare all’esterno, in un tratto di Via Cavour.

Per chi, ancora nel 2021 pensa che la cucina vegetariana sia noiosa e poco invitante, qui da Orto si dovrà assolutamente ricredere: tutti i piatti sono studiati in collaborazione con lo chef Ale Pierini, le materie prime provengono da produttori locali e/o regionali e contribuiscono a creare un tripudio di colori e consistenze, di erbe aromatiche, di semi e frutta.

Se non sapete cosa ordinare, mi permetto di consigliarvi l’uovo al forno con fonduta di pecorino e scaglie di tartufo o gli strangozzi con funghi, gorgonzola e mirtilli e per finire in dolcezza l’elogio al croccante…ma sono imperdibili anche i felafel o i fiori di zucca ripieni o il riso al salto o le crespelle…

Per quanto riguarda i vini, tra i miei preferiti umbri, sono il Bocca di Rosa di Tabarrini (non sempre disponibile però) e l’intera gamma di Raina (alias Francesco Mariani)… ma chiedete consiglio e non ve ne pentirete.

4 – VISITARE IL MUSEO DEI MESTIERI IN BICICLETTA

Spesso quando si pensa ad un museo, ci si immagina una serie di donazioni o acquisizioni effettuate da vari personaggi o enti più o meno illustri. Quando, però, un’intera collezione dipende esclusivamente dalla passione di un singolo è un risultato forse ancora più lodevole e sicuramente audace…e io amo a prescindere chi osa.

Luciano Pellegrini, fabrianese DOC, è il detentore della principale raccolta italiana (e forse al mondo) di biciclette legate al mondo dei mestieri, un mondo fatto di povertà e vita semplice, ma anche di tanto ingegno e capacità di riparare e riciclare ogni cosa. Il padre di Luciano, il signor Achille, possedeva lui stesso una delle biciclette esposte (la bici dello stracciarolo e del pellaro), con la quale girava di casolare in casolare per raccogliere pelli di coniglio e stracci da rivendere ad esempio alle Cartiere Miliani (con gli stracci di cotone si produceva la preziosa carta a mano). Luciano era un grande appassionato anche di meccanica ed automobilismo e fu anche una giovane promessa del pugilato professionistico.

La bicicletta nasce in Francia nel 1791, ma è solo nel 1884 – dopo vari aggiustamenti tecnici – che prende la forma che noi oggi conosciamo, con le due ruote di uguali dimensioni e trasmissione a catena sulla ruota posteriore. Agli inizi del XX secolo la bicicletta diviene, ormai, un bene comune e un mezzo di locomozione diffuso tant’è che risalgono proprio agli inizi del ‘900 anche i primi eventi sportivi a livello europeo: la prima edizione del Tour de France si data al 1903, mentre quella del Giro d’Italia al 1909.

Durante la Prima Guerra Mondiale, la bicicletta viene utilizzata dai bersaglieri, ma è soprattutto tra i ceti medi e più poveri che trova successivamente diffusione come principale mezzo di spostamento dopo i tragici eventi delle due guerre e fino al 1960 circa.

La collezione dei “Mestieri in Bicicletta”, grazie proprio a Luciano Pellegrini, nasce a Fabriano (AN) e lì rimane, per oltre 10 anni nella sede di Via Gioberti, raggiungendo anche i 7.000 visitatori l’anno. Poi, a inizio 2020 – dopo varie vicissitudini – viene deciso il trasferimento della raccolta nella cittadina umbra di Gubbio e trovata una nuova sede all’interno di un palazzo storico, con chiare evidenze medievali e rinascimentali, proprio a pochi passi dal fulcro cittadino costituito da Piazza Grande.

La raccolta si compone, attualmente, di 94 biciclette, di cui 77 di mestieri. Da qui deriva il nome del museo “Museo dei mestieri in bicicletta”. Sono biciclette realmente utilizzate, che mostrano il loro passato intriso di fatica e sudore umano, di quotidianità e attaccamento per quei pochi oggetti che si possedevano e che, in caso di rottura, andavano riparati o riciclati. La provenienza dei proprietari originari delle bici è pressoché quasi esclusivamente italiana e ciò consente di ottenere uno spaccato di un Italia lontana, fatta di tempi e lunghe distanze che parzialmente la bicicletta aiutò ad accorciare. Traspare il mondo dei ceti più bassi o di chi viveva in campagna, in attesa che periodicamente spuntasse dalla strada polverosa l’arrotino o il calzolaio, ma anche il medico o il veterinario.

Traspare la vita di paese e città con la bici del taxi o del gelataio… traspare, insomma un collage di frammenti di vite ormai sbiadite e lontane, le quali meritano, ora più che mai, di non cadere nell’oblio.

Come detto, è una collezione – soprattutto la sezione dedicata ai mestieri svolti su due ruote – unica nel suo genere perché rappresenta un mondo ormai passato, fatto di piccoli artigiani, ambulanti e professionisti che si spostavano, con le proprie biciclette, di paese in paese o tra le vie dei centri abitati per mettere a disposizione i propri servizi. E’ unica perché rappresenta uno dei tanti esempi dell’ingegno italiano e dell’arte di arrangiarsi, soprattutto nel tormentato periodo fino al dopo-guerra. E’ unica perché fa tornare bambini ed emozionare gli anziani, stupire gli adulti e incuriosire i più piccoli.

I 500 mq circa di allestimento, disposti su 3 piani, consentono di godere di ampi spazi. Oltre alle biciclette relative ai mestieri, nel tempo la raccolta di Luciano Pellegrini si è ampliata, comprendendo anche alcune biciclette da corsa, bici da passeggio, un paio di cyclettes e una bicicletta in legno.

https://www.facebook.com/Museo-dei-mestieri-in-bicicletta-106131801175445

5 – SCOPRIRE IL PARCO DEL MONTE CUCCO

Il Monte Cucco non si trova propriamente nel comune di Gubbio, ma la sua vicinanza (circa 20 km) consente di scoprirne le bellezze, mantenendo comunque Gubbio come punto di partenza per attività giornaliere.

Il comprensorio del Monte Cucco, divenuto Parco Regionale nel 1995, è compreso nei comuni di Sigillo, Costacciaro, Scheggia-Pascelupo e Fossato di Vico, al confine tra Umbria e Marche, con una superficie protetta di 10.480 ettari. E’ un’area caratterizzata da un substrato roccioso di calcare massiccio, il quale impedisce la formazione di corsi d’acqua superficiali. La forte pendenza degli strati rocciosi, la natura calcarea dei depositi e le infiltrazioni delle precipitazioni convogliate in profondità hanno creato nei millenni un esteso fenomeno carsico. Lo stesso Monte Cucco, che con i suoi 1566 m costituisce la cima più alta del settore nord-orientale dell’Umbria, è definito il “ventre degli Appennini” per l’articolato sistema di grotte e inghiottitoi che lo caratterizza e Cucco, nel linguaggio locale, sta ad indicare qualcosa di “vuoto”.

E’ il parco perfetto per assaporare la natura più semplice e genuina, in cui immergersi per uscire dal caos e dai ritmi frenetici. Il Cucco è, inoltre, anche il parco del volo libero, degli eremi e delle abbazie disseminati lungo i sentieri, come ad esempio il Monastero di Fonte Avellana (visitato anche da Dante e citato nel XXI canto del Paradiso).

E’ il parco ideale per gli appassionati anche di paleontologia e storia: percorrendo i tanti sentieri è facile imbattersi in rocce contenenti fossili (ammoniti, bivalvi, gasteropodi, ecc.), testimoni della presenza del bacino umbro-marchigiano, i cui depositi sommersi diedero origine alla catena appenninica. Nel I millennio a.C. questo territorio faceva parte delle terre occupate dagli Umbri, il cui nome secondo alcuni linguisti farebbe riferimento a termini pre-indoeuropei e la cui penetrazione in Italia risalirebbe alla seconda metà del II millennio a.C. Nonostante i resti archeologici piuttosto scarsi (a parte le 7 famose Tavole Iguvine in bronzo, esposte all’interno del Palazzo dei Consoli), pare che gli antichi Umbri fossero organizzati in una sorta di confederazione, di cui Gubbio costituiva forse il centro principale. Le fonti greche definiscono gli Umbri come “il popolo più antico d’Italia” e sempre le fonti antiche menzionano gli Umbri – insieme a Etruschi, Sabini, Sanniti e Galli Senoni – tra le popolazioni che nel 295 a.C. si contrapposero agli eserciti romani nella battaglia di Sentino, che sancì la definitiva espansione romana sul suolo italico. Al 223 a.C. si data l’inizio della costruzione della Via Flaminia, che univa Roma alla costa adriatica. Questa via di comunicazione, come del resto la maggior parte delle vie consolari romane, riprendeva tragitti/percorsi in uso nei secoli e millenni precedenti, sfruttando i punti naturali migliori per il transito, come le valli fluviali, i valichi più accessibili, i tratti pianeggianti, ecc. Come le altre grandi vie di comunicazione, anche la Via Flaminia divenne elemento propulsore della nascita e sviluppo di una fitta serie di insediamenti, posti spesso in posizione sopraelevata e controllo dei percorsi. All’interno del parco si possono percorrere alcuni degli antichi ponti romani sulla via Flaminia o sui vari torrenti, come ad esempio il Ponte Spiano poco fuori Sigillo o il Ponte Scirca, famoso per le sue pietre di grandi dimensioni.

ATTIVITA’

Come detto, all’interno del parco si possono svolgere varie attività, dalle più rilassanti alle più avventurose.

Gli amanti della fotografia naturalistica troveranno nel parco del Monte Cucco alcuni dei soggetti ideali per i loro scatti: canyon, boschi, ruscelli, cascate, fiori e fauna. I boschi di faggio (Fagus sylvatica), alcuni dei quali secolari, rappresentano ad esempio, soprattutto in autunno, uno dei principali soggetti fotografici del parco, ma anche le orchidee selvatiche costituiscono una delle ricchezze del patrimonio floristico, così come i narcisi, ranuncoli, asfodeli, o la rara primula orecchia d’orso. Per quanto riguarda la fauna, l’istituzione del parco ha indubbiamente consentito la salvaguardia dei vari mammiferi (tassi, volpi, caprioli, cinghiali, faine, daini, lupi…) e uccelli (martin pescatore, picchi verdi, upupe, vari tipologie di rapaci…).

Affidandosi a guide esperte, anche possibile percorrere alcuni tratti del vasto complesso ipogeo del Monte Cucco: si tratta di un sistema di grotte, pozzi, balze, corridoi, sale e cunicoli tra i più vasti del mondo e, sicuramente il più esteso dell’Italia centrale, con i suoi 900 m di profondità e 32 km.

L’Appennino umbro è considerato uno dei luoghi migliori per il volo libero. Già a partire dagli anni ’80 il Monte Cucco è diventato un apprezzato centro per i deltaplanisti di tutto il mondo, grazie alle favorevoli condizioni orografiche e metereologiche: il vicino Adriatico influenza il versante nord-orientale soprattutto nel mese estivo, con la presenza di correnti ascensionali che fanno veleggiare deltaplani, alianti e parapendii. Sul monte sono presenti due differenti punti di decollo, uno – chiamato Decollo Nord – presso il Monte Culumeo e l’altro – chiamato Decollo Sud – in prossimità del Monte Cucco.

Nel parco è presente una associazione di guide che vi aiuteranno a organizzare al meglio le vostre visite e attività. Non esitate a contattarli per apprezzare al meglio le infinite sfumature che il comprensorio del Monte Cucco vi può offrire.

https://www.tramontanaguide.com/

Per chi non ha voglia di emozioni forti e adrenalina, ma desidera gustare i prodotti della terra legati a tradizioni secolari, non può farsi mancare una visita al caseificio Facchini.

Walter Facchini caposaldo del caseificio, spesso osteggiato dalle ASL o deriso da colleghi, è da tempo diventato una sorta di ambasciatore del pecorino umbro-etrusco e considerato uno dei migliori casari italiani. Da sempre la filosofia produttiva di Walter è legata alla difesa della genuinità dei formaggi, con i loro profumi e aromi caratteristici, tanto da venir chiamato “Facchini El Che”, in ricordo di Che Guevara e delle sue lotte.

Una delle più rinomate produzioni del caseificio è rappresentata dal pecorino di fossa, di antichissima tradizione. Sebbene siano forse più famose le produzioni dell’area romagnola-marchigiana (ad esempio nel triangolo Talamello-Sogliano al Rubicone-Sant’Agata Feltria), anche il territorio del Monte Cucco gode – per le sue peculiari caratteristiche geografiche e naturalistiche – delle condizioni ideali per consentire il perpetrare dell’antica stagionatura in fossa. Nato già in età medievale (pare che questo sistema di conservazione sia stato ideato dalla famiglia Malatesta nel XIV secolo) per l’esigenza di nascondere cibo e beni preziosi dalle razzie, presto ci si accorse della particolare trasformazione che subiva il formaggio, grazie al lavoro dei batteri, all’interno di queste fosse o grotte. Col tempo la tecnica casearia si è affinata: le grotte/fosse vengono ormai da secoli gelosamente e meticolosamente organizzate, adattandole agli standard igienici, senza però snaturare la loro capacità di consentire l’evoluzione delle forme di formaggio durante i mesi di stagionatura.

https://www.caseificiofacchini.com/

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